

A lcune settimane fa mi trovavo a Roma, in una delle sedi del CREA (Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria), per un corso di formazione congiunto tra l’Ordine dei giornalisti e quello dei Dottori agronomi e dottori forestali. Il filo conduttore si snodava attorno alla comunicazione forestale: come narrare efficacemente il complesso rapporto tra foreste ed esseri umani? Come trasferire a un pubblico vasto, di non addetti ai lavori, concetti spesso difficili, talvolta persino scostanti? Durante la discussione, un giornalista ha espresso un punto di vista interessante: a suo avviso, certi termini tecnici che gli esperti utilizzano spontaneamente, dandoli per scontati, non lo sono affatto per la stragrande maggioranza dei lettori. Da qui un dilemma: meglio impiegare tanto spazio e fatica per spiegarli nel dettaglio oppure ometterli del tutto? Secondo il collega, certe espressioni non andrebbero proprio utilizzate, perché rischiano di creare solo confusione. Un esempio lampante è l’espressione “servizi ecosistemici”, spesso utilizzata da tecnici e ricercatori ma, a suo parere, quasi totalmente incomprensibile ai più.
Personalmente utilizzo molto spesso la locuzione “servizi ecosistemici” (tanto che la avevo appena impiegata nel mio intervento), non solo perché il concetto che porta con sé è difficilmente esprimibile in altre parole, ma anche perché lo ritengo, dal punto di vista della divulgazione, carico di un enorme potenziale narrativo. Alla fine dell’incontro, la direttrice del CREA Politiche e bioeconomia, Alessandra Pesce, ha controbattuto al giornalista affermando che quella di servizi ecosistemici è una definizione troppo importante per essere omessa, per poi aggiungere: “Fino a pochi anni fa nessuno sapeva cosa fosse una saccapoche o un impiattamento. Così come siamo diventati un po’ tutti esperti di cucina, mi auguro che grazie al vostro lavoro le persone, tra qualche anno, possano finalmente comprendere e utilizzare quotidianamente questo termine”.
Già nel 1864, George Perkins Marsh sosteneva che l’esteso danno agli ecosistemi causato dalle azioni antropiche avrebbe diminuito il benessere umano, mostrando una stretta interrelazione tra risorse naturali, società ed economia.
Un concetto giovane, ma non troppo
La considerazione del giornalista deriva probabilmente dal fatto che siamo di fronte a un’espressione effettivamente giovane, coniata e sistematizzata solo vent’anni fa. È stato infatti nel 2005, dopo quattro anni di lavoro e dibattito tra oltre 1300 esperti di tutto il mondo, che ha visto la luce il MEA (Millennium Ecosystem Assessment), una corposa serie di documenti in cui, per la prima volta, viene spiegata ufficialmente la locuzione “servizi ecosistemici” con questa breve, semplice, ma al tempo stesso illuminante definizione: “I benefici multipli forniti dagli ecosistemi al genere umano”. Tali benefici si riferiscono a tutte quelle relazioni che, direttamente o indirettamente, si instaurano tra le risorse ambientali, i sistemi economici e noi.
Come ha spiegato Robert J. Johnston, professore di economia alla Clark University di Worcester (MA), il concetto è emerso in realtà già negli anni Settanta del Novecento. Tuttavia, l’idea che i sistemi naturali supportino il benessere umano è decisamente più antica. Le relazioni tra deforestazione e approvvigionamento idrico sono state documentate già da Platone nel 400 a.C., ed economisti del Diciottesimo e Diciannovesimo secolo hanno riconosciuto i valori forniti dalla terra e da altre risorse naturali come “beni produttivi”. Ma secondo Johnston è in Man and Nature, il noto volume del 1864 di George Perkins Marsh, considerato come una delle opere fondanti del movimento conservazionista statunitense, che si è formalizzata per la prima volta la relazione tra sistemi naturali e sociali. Marsh sosteneva infatti che l’esteso danno agli ecosistemi causato dalle azioni antropiche avrebbe diminuito il benessere umano, mostrando quindi un’interrelazione strettissima tra risorse naturali, società ed economia. La stessa interconnessione che sta alla base del concetto sistematizzato e messo nero su bianco nel 2005 all’interno del MEA.
Inquadrare i benefici degli ecosistemi per il genere umano è il primo passo per tutelarli e gestirli in modo responsabile, tanto per noi stessi quanto per le generazioni future.
Come viene spiegato dall’ Agenzia italiana per lo sviluppo sostenibile (ASVIS), all’interno del Position Paper 2024 intitolato Il ruolo, la valorizzazione e il pagamento dei servizi ecosistemici:
È necessario intraprendere nuove strade e sviluppare una visione olistica e sistemica per cambiare direzione verso nuovi obiettivi, capaci di integrare un modello di salute umana con quella animale ed ecosistemica in un legame sinergico e indissolubile, riassumibile nel concetto di “One health”, una sola salute. Infatti, gli esseri umani sono in salute se vivono in armonia con sistemi naturali sani e vitali. Questo equilibrio dinamico va sostenuto e mantenuto da azioni per conservare, gestire e preservare la funzionalità degli ecosistemi o ristabilirla quando alterati dall’uomo. In questa nuova visione, occorre integrare l’evoluzione delle società umane con il mantenimento del “Sistema Terra” in un processo resiliente e armonico.
Volendo utilizzare un’immagine più immediata ed emozionale, l’equilibrio è da ricercare nell’agire etico del “prendersi cura” degli ecosistemi, non certo perché essi abbiano bisogno di un intervento umano per sopravvivere e prosperare, ma perché l’interazione che genera i servizi ecosistemici ‒ a patto che sia rispettosa e sostenibile ‒ è indispensabile alla vita umana sul pianeta, oggi come nel futuro. Ecco perché, citando nuovamente Alessandra Pesce, è così necessario non omettere questo concetto, introducendolo ove possibile nel dibattito e trasferendolo a più persone possibili.
Una definizione in divenire
All’interno del MEA, i servizi ecosistemici sono stati suddivisi in quattro macro-categorie: di supporto, di approvvigionamento, di regolazione e culturali. È tuttavia importante sapere che, negli anni, pur rimanendo generalmente accettate, la definizione originaria e questa prima classificazione sono state discusse e ampliate. Lo ha fatto ad esempio nel 2018 l’Agenzia europea dell’ambiente all’interno della CICES (Common International Classification of Ecosystem Services), dove i servizi ecosistemici sono definiti come “I contributi che gli ecosistemi apportano al benessere umano”. La parola “contributi” ‒ che sostituisce l’originaria “benefici” ‒ è centrale poiché separa il “cosa fanno” gli ecosistemi dai “beni” e dai “benefici” che tutti noi, attraverso varie forme di interazione, possiamo trarre dagli stessi. Nella definizione CICES le categorie non sono più quattro, ma tre soltanto, poiché le funzioni di regolazione (e di habitat) sono considerate superiori: non “beni” o “benefici”, bensì la base necessaria per la generazione di tutte le tipologie di servizi. Questa nuova gerarchia è considerata oggi fondamentale per il mantenimento del capitale naturale.
L’equilibrio è da ricercare nell’agire etico del “prendersi cura” degli ecosistemi, non certo perché essi abbiano bisogno di un intervento umano per sopravvivere e prosperare, ma perché l’interazione che genera i servizi ecosistemici è indispensabile alla vita umana sul pianeta.
Un’ulteriore variante della definizione di servizi ecosistemici, di poco precedente a quella CICES, è quella proposta dalla IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services): “Contributi della natura alle persone”. La formula è interessante poiché rende più chiara la presenza da un lato di un paniere di benefici e dall’altro di una moltitudine di possibili beneficiari che vorrebbero e/o potrebbero utilizzarli. Si tratta di una sfumatura rilevante per spingerci a ragionare anche sulle modalità per un equo accesso alle risorse naturali.
Ma prima di tornare alla storica classificazione del MEA, ancora utile per comprendere la definizione di servizi ecosistemici, occorre focalizzarsi su una tipologia di ecosistema tra le tante presenti al mondo: le foreste. Proviamo infatti a pensare a quanti e diversi contributi al benessere umano (o alle persone) esprimono gli ecosistemi forestali: conservazione della biodiversità e formazione del suolo; difesa dal dissesto idrogeologico e protezione dalla caduta di massi e valanghe; produzione di legno; raccolta di funghi, tartufi, castagne, frutti di bosco e altri alimenti selvatici, fauna compresa; stoccaggio di carbonio; regolazione climatica; influenza nella composizione atmosferica; potabilizzazione dell’acqua; conservazione di valori socioculturali. Ma la foresta è anche elemento del paesaggio, è spazio per attività educative e culturali, è un luogo adatto allo sport, al tempo libero, al relax, al benessere psico-fisico, alla spiritualità, ecc. Un lungo elenco insomma, che tra l’altro non è per nulla esaustivo.
Le quattro categorie di servizi
Torniamo ora alla definizione originaria, esplorando le quattro categorie viste sopra e prendendo come esempio proprio le foreste: ci servirà per scoprire quanto, per generare servizi ecosistemici, sia fondamentale l’azione umana. Un passaggio non affatto scontato e che è spesso alla radice della confusione che aleggia attorno al concetto. Secondo molti, infatti, il principale punto di debolezza lessicale di questo termine è legato alla scelta, probabilmente infelice, della parola “servizi”, che tradizionalmente in economia si contrappone a “beni” e che quindi sembra alludere soltanto a qualcosa di immateriale, di non tangibile. Ma come vedremo non è affatto così: è un servizio ecosistemico il legno che utilizziamo per costruire, così come il fungo che cuciniamo assieme alle tagliatelle. Un’incomprensione, questa, che nel tempo è stata alimentata da politici e non solo, portando molte persone a fascinazioni da un lato e a pregiudizi dall’altro, allontanando così il dibattito dal vero fulcro della questione.
Ma addentriamoci nelle quattro categorie originarie. Nel MEA vengono definiti innanzitutto i servizi di “supporto alla vita”: il ciclo dei nutrienti, la formazione del suolo, la produzione primaria, la fotosintesi, il ciclo dell’acqua, la funzione di habitat per una miriade di specie viventi. Essi permettono la fornitura di tutte le altre tipologie di servizi ecosistemici e, in ambito forestale, sono normalmente garantiti dalla sola presenza del bosco, anche senza interazioni dirette con la nostra specie.
Ci sono poi quelli di “approvvigionamento” ‒ spesso dimenticati, ma fondamentali ‒ rappresentati dai beni che derivano dagli ecosistemi e che sono utili all’uomo per soddisfare i propri bisogni. In foresta troviamo ad esempio cibo (funghi, tartufi, erbe e frutti spontanei); troviamo legno, materia prima rinnovabile essenziale in moltissimi campi dell’operare umano e considerata centrale nella transizione ecologica; troviamo altri prodotti utilissimi alle nostre attività come il sughero, le resine naturali o la gomma, ma anche acqua potabile, altro bene fondamentale. Per generare questa tipologia servizi occorre un’interconnessione diretta tra essere umano e foresta, quindi una qualche forma di prelievo, di coltivazione, di gestione.
La terza categoria racchiude i servizi di “regolazione”, quelli rappresentati da processi ecosistemici come la purificazione dell’acqua, l’impollinazione, la regolazione della qualità dell’aria e del clima (tra cui l’assorbimento di CO2), dell’erosione e dei pericoli naturali. Anche per governare alcuni di questi servizi può essere necessario l’intervento umano. Un esempio sono i trattamenti selvicolturali specificatamente attuati per massimizzare la funzione di protezione diretta delle foreste dalla caduta di massi o valanghe, che potrebbe danneggiare manufatti e infrastrutture.
Infine ci sono i servizi “culturali” (che sarebbe meglio definire come “socioculturali”), accomunati dalla peculiarità di essere, questi sì, molto spesso immateriali e non tangibili. Ad esempio, in un bosco si possono esprimere valori sportivi, educativi, estetici, spirituali, d’ispirazione o ricreativi. Anche per creare boschi più adatti a questi servizi talvolta occorre l’intervento umano, basti pensare alla presenza e alla manutenzione di sentieri o aree turistiche attrezzate.
Il concetto di servizi ecosistemici ha anche un’importante valenza narrativa, perché ci mette di fronte a una stringente necessità, ossia il rapporto con le risorse naturali, e a un’enorme responsabilità, e cioè la buona gestione degli ecosistemi.
Ecco perché reputo assai affascinante, anche dal punto di vista narrativo, il concetto di servizi ecosistemici, nonostante la sua complessità e le scelte infelici compiute nel coniarlo: ci mette di fronte, in modo estremamente pragmatico, a una stringente necessità (il rapporto con le risorse naturali) e a un’enorme responsabilità (la buona gestione degli ecosistemi). I servizi ecosistemici forestali si esprimono infatti sia attraverso l’istituzione di una riserva naturale integrale, sia mediante l’uso responsabile della motosega, obbligandoci così ad abitare una “terra di mezzo” ben lontana da manicheismi e vuote retoriche oggi troppo spesso di moda che tendono a dividere forzatamente la natura, sempre intesa come buona, dall’umanità, sempre intesa come cattiva.
Comunicare i servizi ecosistemici
Tutto questo lungo ma necessario approfondimento è forse la dimostrazione plastica del fatto che il collega citato all’inizio avesse in parte ragione: spiegare i servizi ecosistemici è complesso, richiede spazio e fatica, obbliga il lettore a un grande sforzo di concentrazione. Tuttavia dovrebbe risultare altrettanto chiaro come anche la direttrice del CREA Politiche e bioeconomia non fosse affatto dalla parte del torto: data l’importanza che i servizi ecosistemici hanno per il genere umano e viste le profonde riflessioni che da essi scaturiscono sull’uso responsabile delle risorse naturali, è fondamentale che questo termine diventi di dominio pubblico, che compaia più spesso nel linguaggio comune. Ma come fare?
Personalmente credo occorra invitare le persone a visualizzare gli ecosistemi anche laddove sembrano lontanissimi, a partire dalle nostre vite quotidiane e dalle nostre case, specialmente se si trovano in città. Gli ecosistemi forestali sono infatti osservabili nei rubinetti, dove scende acqua potabile; nel tavolo di legno sul quale ogni giorno mangiamo o nel tetto di legno che ci ripara dal freddo e dalla pioggia; nelle foto ricordo dei momenti spensierati passati camminando o pedalando a contatto con la natura; nel tappo di sughero che felicemente facciamo saltare in aria prima di un brindisi; nei prodotti che popolano la nostra dispensa e in tantissimo altro ancora, che vi invito a scoprire tutt’attorno a voi ragionando sempre sulle alternative: meglio un tavolo di legno o uno di plastica?
Occorre invitare le persone a visualizzare gli ecosistemi anche laddove sembrano lontanissimi, a partire dalle nostre vite quotidiane, ad esempio dalle nostre case, specialmente se si trovano in città.
Tra “servizi” ed “ecosistemici”, nello spazio che divide i due lemmi di questo concetto ostico, complesso e affascinante, c’è un ponte, un legame, una relazione tra esseri umani e risorse naturali che è tanto necessaria quanto fragile. Sta a tutti noi renderla più solida, promuovendo la gestione responsabile degli ecosistemi, dando valore a benefici che troppo spesso diamo per scontati, ma anche utilizzando a ragion veduta il termine “servizi ecosistemici”. Piuttosto che omettere questo concetto, sforziamoci di riempire lo spazio tra le parole che lo compongono: popoliamolo di nuove immagini e suggestioni, di buoni esempi replicabili, di mani e volti, non solo di alberi.