

S inger soffriva di una particolare forma di vergogna che non lo affliggeva minimamente nella vita quotidiana, ma emergeva ogni tanto, come il ricordo di un malinteso imbarazzante, e lo costringeva a fermarsi, rigido come un palo, con un’espressione disperata sul viso che subito nascondeva dietro le mani, esclamando a gran voce: “No, no.” Poteva sorprenderlo ovunque, per la strada o in uno spazio chiuso, sulla banchina di una stazione ferroviaria, e lui era sempre solo quando accadeva, benché spesso in luoghi dov’erano riunite altre persone, che andavano su e giù, come ad esempio una strada o un parco, o un locale espositivo, così che queste persone lo vedevano fermarsi, rigido come un palo, con le mani davanti al viso, e sentivano il suo disperato: “No, no.” Oppure era sopraffatto all’improvviso da un senso di vergogna per una cosa accaduta molto tempo prima, una scena precisa del suo passato, spesso risalente all’infanzia, che affiorava inavvertitamente alla memoria, e di nuovo gli faceva portare le mani al viso come per nasconderlo, mentre erompeva nel disperato: “No, no.” Uno di quei singolari ricordi d’infanzia che gli provocavano un acuto senso di vergogna era riemerso nel periodo in cui si stava trasferendo a Notodden, aveva allora trentaquattro anni, ma rispunta anche adesso, oltre quindici anni dopo, nel momento in cui vengono scritte queste cose, e nello stesso modo violento e inatteso di quando ne aveva trentaquattro, o se è per questo anche venticinque.
Questo ricordo d’infanzia deve perciò avere molta importanza per lui, e costituire una chiave d’accesso allo schema fondamentale della sua vita, anche se si caratterizza per il fatto di essere stato rifiutato o espulso da quello schema come qualcosa d’inammissibile. Si tratta, in tutta la sua irrilevanza, di un carico che non se la sente di portare, tuttavia è innegabilmente, e Singer lo deve riconoscere, una parte importante di lui, nel suo stesso essere stato palesemente rifiutato, cosa che lui non può affrontare senza sentirsi paralizzato da un insopportabile senso di vergogna.
In breve, l’episodio consiste in questo: Singer e A, che è il suo migliore amico, si trovano in un negozio che vende giocattoli. A ha preso in mano un pupazzo meccanico a molla che si presume divertente, e lo carica per mostrare a Singer come funziona. Le commesse però non apprezzano, e tra non molto interverranno per chiedere ad A di smetterla, e Singer non trova affatto che quel pupazzo a molla sia particolarmente divertente, ma finge di sì, per compiacere A, e lo fa a voce stentorea e con una risata forzata che di sicuro dà sui nervi alle commesse. A un tratto Singer scopre che suo zio si trova nel negozio e probabilmente è lì già da un po’. Lo zio guarda Singer. Singer vede che lo zio lo osserva mentre compiace A con voce alta e forzata e con la sua risata artificiosa. Singer si accorge che lo zio sembra sorpreso. Singer s’imbarazza.
Poi lo zio saluta e aggiunge una frase qualunque, Singer risponde al saluto, dopodiché lui e A escono dal negozio con la coda tra le gambe. Riprendono la strada, scorrazzano qua e là senza meta, guardano le vetrine, entrano ed escono da un portone, scorrazzano qua e là: un pomeriggio qualunque in una cittadina sulla costa del Vestfold, per chi cresce lì ed è ancora un bambino. Ma qualcosa è accaduto, qualcosa che si è fissato in lui e gli farà ricordare questo episodio a decenni di distanza, qualcosa che lo ha imbarazzato profondamente e continuerà a imbarazzarlo ogni volta che ci ripenserà.
Non che lo zio li abbia visti comportarsi in modo maleducato. Singer non si è sentito in imbarazzo in quanto ragazzo sfacciato. Anche se si è mostrato tale. In fondo lui e A erano entrati nel negozio di giocattoli e avevano cominciato a fare i loro comodi. Si erano messi a giocare impudentemente con gli articoli esposti. È chiaro che quando era comparso lo zio se l’erano subito filata, ma né Singer né A si erano sentiti in imbarazzo perché lo zio li aveva visti fare i loro comodi nel negozio di giocattoli. Singer non aveva nemmeno paura che lo zio lo denunciasse al padre: era una cosa da nulla, lo sapeva benissimo. Poteva tranquillamente scorrazzare qua e là per la strada, dopo, entrare e uscire da un portone, col berretto storto e l’impertinenza che sprizzava da ogni poro della sua faccia da ragazzino.
Lo zio l’aveva sorpreso a fare un’altra cosa, ed era parso sbalordito a quella vista: la voce alta e forzata, la risata artificiosa. Questo aveva osservato lo zio, e il suo sbalordimento aveva riempito Singer d’imbarazzo, anzi di vergogna, per decenni. Non era nemmeno la risata in sé, ma l’essere osservato dallo zio mentre rideva in quel modo rumoroso e forzato. Nei confronti di A, cui la risata era di fatto rivolta, allo scopo di compiacerlo, a Singer non importava di essersi comportato in modo tanto innaturale, sebbene forse anche A lo avesse notato. Se era così, e se l’amico avesse domandato, mentre erano per strada insieme, il motivo di quella risata artificiosa, Singer avrebbe potuto semplicemente negare tutto. Oppure avrebbe potuto ammetterlo, dicendo che A lo aveva annoiato con il suo comportamento infantile, ma non volendo ferirlo aveva cercato di riderne con lui, senza riuscirci del tutto. In altri termini, la risata artificiosa del bambino Singer non lo aveva fatto vergognare con la persona cui era rivolta, e non l’avrebbe fatto vergognare nemmeno se quella persona lo avesse smascherato puntando il dito sul suo comportamento.
Si può pensare che Singer fosse capace di produrre quella risata anche in altri contesti, per esempio a casa sua, facendo innervosire il padre, che gli avrebbe prontamente intimato di smetterla con quella risata fasulla. Allora Singer si sarebbe sentito un po’ in imbarazzo, ma soprattutto offeso. E se il padre avesse riferito a qualcun altro, per esempio allo zio, il suo dispiacere per la risata sonora e artificiosa del figlio, in sua presenza e in modo da farsi udire da lui, Singer avrebbe pensato di subire un torto, anzi un tradimento, e non lo avrebbe mai perdonato. Ma non si sarebbe sentito in imbarazzo.
Era stata la presenza dello zio a suscitare il senso di vergogna. Non la risata in sé, ma il fatto d’essere osservato. Da qualcuno che lo conosceva e che era rimasto stupito. Stupito dalla voce forzata di Singer, dal modo in cui rideva. Stupito che Singer, che lui conosceva così bene, all’improvviso, pensando che nessuno lo vedesse, si fosse prodotto in una risata tanto orribile e falsa. A voce troppo alta. Forzata. Sorpreso in flagranza di risata artificiosa. Un bambino. Sorpreso e denudato. Sperò che lo zio non raccontasse niente a casa. Anche se si sarebbe sentito solo ferito, non imbarazzato, se il padre avesse saputo di quella risata, tuttavia sperò con tutte le forze che lo zio non raccontasse niente a casa. Perché sapeva quello che avrebbe detto. Da tutta la vita sapeva quello che avrebbe detto. Che Singer aveva riso in modo “strano”. Anche oggi, nel momento in cui vengono scritte queste cose, è convinto che suo zio non avrebbe detto che Singer aveva riso forte, o con voce forzata, ma che aveva riso in modo “strano”.
Questo è più o meno tutto. Un piccolo episodio insignificante nella vita di Singer, riemerso dalla sua infanzia. L’imbarazzo di allora per il fatto d’essere stato visto dallo zio non è in sé tanto difficile da capire. Meno comprensibile è che questo episodio fosse destinato a fissarsi nella sua memoria inconscia, riemergendo ogni tanto nella coscienza come una scena in cui non solo ricordava di essersi sentito in imbarazzo, ma che continuava a farlo sentire così ogni volta che si ripresentava, anzi provava perfino un senso di vergogna repressa nel ricordarla.
All’inizio di questo libro Singer ha trentaquattro anni ed è sul punto di trasferirsi a Notodden per iniziare una nuova fase della sua vita. Se guarda al suo passato, lo trova contraddistinto soprattutto da inquietudine, tendenza a fantasticare, debolezza di carattere e progetti bruscamente interrotti. È possibile che agli occhi degli altri il suo carattere appaia risolto e definito, ma lui si considera indefinito, se non anonimo, e si preferisce così. Dovrebbe vergognarsi per questo? No, e nella vita quotidiana non ne era minimamente angustiato. Come mai allora non riusciva ad affrontare il ricordo di quell’imbarazzo infantile di essersi sentito osservato da suo zio mentre si produceva in una risata innaturale e forzata, senza essere sopraffatto da una vergogna intollerabile? Per lui restava un enigma, e lo trovava anche parecchio irritante.
C’erano altri episodi di natura impalpabile che gli affioravano alla coscienza e lo sconvolgevano in modo analogo: episodi che non erano legati all’infanzia ma potevano essergli accaduti da adulto, perfino in tempi recenti. Consistevano in imbarazzanti scambi di persona, o malintesi, se si vuole.
Singer entra in una stanza buia. Potrebbe essere un locale in cui si terrà la proiezione di un film, o un concerto jazz. Singer è un po’ in ritardo e si siede a un tavolo in cui sa di trovare molte persone che conosce. Forse è subito prima che inizi il film, o il concerto jazz, la luce è fioca e lui intravede le facce nel buio, appena illuminate dalla fiamma delle candele sui tavoli. Dice qualcosa al suo vicino di posto, che è B. Ma B sembra stupito e risponde quasi un po’ disorientato, come se non avesse ben capito perché Singer abbia detto quel che ha detto, anche se Singer non ha detto niente di straordinario, nel modo più assoluto. Allora Singer capisce che non è B la persona accanto alla quale è seduto, bensì K. Perciò, nel momento stesso in cui si rende conto di essersi reso colpevole di un malinteso, si dispera e non sa cosa fare. Vorrebbe scomparire, farsi classicamente inghiottire dal pavimento, ma purtroppo non è possibile, per quanto il locale sia buio, né può approfittare di quello stesso buio per darsela a gambe perché ormai il danno è fatto, e K sa benissimo che è Singer a essersi seduto nel posto vuoto accanto a lui e a essersi rivolto a lui in quel modo strano. Strano per K, perché Singer non ha l’abitudine di parlare a K in quel modo, è a B che si rivolge di solito in quei termini, con naturalezza, mentre nei confronti di K l’effetto è innaturale e perciò K è sbalordito. E Singer, accanto a lui, si sente morire dall’imbarazzo.
Estratto da T. Singer di Dag Solstad (traduzione di Maria Valeria d’Avino,
Iperborea, 2019).