

Charles Willeford (1919-1988) è stato uno dei più grandi scrittori di crime fiction americana, sebbene sia arrivato al genere in tarda età, dopo aver passato la maggior parte della sua carriera letteraria tra romanzi pulp e “dime novels” di cui ricordiamo lo splendido Cockfighter, forse il romanzo pulp meno pulp di tutti, un’Odissea ambientata nel circuito dei combattimenti tra galli nel sud degli Stati Uniti anni ’60. Scritta tra il 1984 e l’88, la tetralogia di Miami, di cui Miami Blues è il primo volume è considerata l’ispirazione di tutta la scena nota come “Miami Crime” e di registi come Quentin Tarantino. Il suo grasso, sdentato, burbero, cinico protagonista, Hoke Moseley, è entrato di diritto nel canone dei più amati detective della letteratura americana.
Una specie di incrocio tra l’umorismo cinico di Charles Bukowski e John Fante, le atmosfere soleggiate ma dark di Raymond Chandler e John D. MacDonald e il ritmo da cantastorie di un Mark Twain proletario, la voce di Willeford è sempre stata divertente e divertita, e molto vera—come dice il New York Times, i suoi libri sono “godimento puro”. La vita di W., passata a viaggiare sui treni merci nell’adolescenza; poi, a vent’anni, sul fronte durante la Seconda Guerra Mondiale; poi, tornato in America, da allenatore professionale di cavalli; e anche pugile, poeta, annunciatore alla radio e pittore, avevano conferito a quest’uomo baffuto e panciuto, con un amore per i sigari e il bourbon, una certa credibilità nel rendersi narratore di un’esperienza americana assurda, cruda, grottesca, ma anche fondamentalmente comica.
Ricordo quando uno scrittore di Philadelphia mi confessò che l’unico modo di poter provare ad afferrare davvero quella cosa così sfuggente che è “l’anima americana” era tramite l’applicazione seria in tre campi: primo, bisognava capire il gioco del baseball, secondo, bisognava saper apprezzare un bel barbecue domenicale, e terzo, bisognava amare i romanzi di Charles Willeford.
Siamo molto fieri, quindi, di pubblicare un’estratto in esclusiva della ristampa italiana di Miami Blues, edita da Feltrinelli, e in una nuova traduzione di Emiliano Bussolo, che potete trovare in libreria in questi giorni, uno dei libri più divertenti del padre più beffardo della narrativa di genere americana. (TS)
F rederick J. Frenger Jr., brillante psicopatico californiano, chiese alla hostess della prima classe un altro bicchiere di champagne e carta e penna. Lei gli portò una bottiglietta ghiacciata, tolse il tappo e gliela lasciò, poi tornò con carta da lettera della Pan Am e una biro bianca. Per un’ora Freddy sorseggiò champagne e si esercitò a firmare: Claude L. Bytell, Ramon Mendez e Herman T. Gotlieb. Non era facile imitare le firme della sua collezione di carte di credito, patenti e carte d’identità; ma passata un’ora, finito lo champagne, quando fu servito il pranzo – Martini, fettina di carne, patate arrosto, insalata, torta al cioccolato, due bicchieri di vino rosso –, Freddy decise che era abbastanza vicino agli originali.
Sapeva che il modo migliore di falsificare una firma era capovolgerla e disegnarla piuttosto che tentare di imitare la grafia. Funziona sempre, se hai tempo e pace e vuoi contraffare un assegno o un documento. Per usare carte di credito rubate, però, avrebbe dovuto firmare le ricevute con disinvoltura davanti a commessi e cassieri presumibilmente sul chi vive.
Comunque, “abbastanza bene” di solito bastava per Freddy. Non era un perfezionista, e raramente riusciva a dedicarsi a un’attività per più di un’ora senza che la sua mente cominciasse a vagare. Guardò i tre portafogli e si ritrovò a pensare a chi li aveva posseduti. Uno era di cervo, l’altro di finto struzzo e il terzo di semplice cuoio, pieno di foto a colori di bambini insulsi. Perché portarsi in giro le foto di bambini così brutti? E perché comprare finto struzzo, quando con due o trecento dollari in più ti prendi un portafogli di vera pelle di struzzo? Il cervo poteva capirlo; è soffice e robusto, e più lo usi più diventa morbido. Decise di tenere quello di cervo. Ci fece stare tutte le carte di credito, le carte d’identità, persino le foto dei bambini insulsi, poi infilò i due portafogli vuoti nella tasca del sedile davanti, dietro la rivista della compagnia aerea.
Bello pieno, leggermente alticcio dopo il Martini e il vino, Freddy si adagiò nell’ampio sedile reclinabile, stringendo in grembo il cuscinetto della compagnia aerea. Dormì di gusto finché la hostess non lo svegliò gentilmente e gli chiese di allacciare la cintura e prepararsi per la discesa verso l’aeroporto di Miami.
Un Hare Krishna, malamente agghindato con jeans, maglietta, giacchetta sportiva carta da zucchero e parrucca castana sbilenca sulla testa, raggiunse Freddy e gli attaccò sulla giacca di pelle grigia una spilla con un lecca-lecca a strisce rosse e bianche. Freddy sentì montare una rabbia incontrollabile quando la spilla entrò nel risvolto della giacca da duecentottantasette dollari, comprata il giorno prima a spese di Claude L. Bytell da Macy, a San Francisco. Avrebbe potuto togliere la spilla, certo, ma sapeva che il forellino sarebbe rimasto lì in eterno per colpa di quell’idiota.
“Io voglio essere tuo amico,” disse l’Hare Krishna, “e…”
Freddy afferrò il dito medio dell’Hare Krishna e glielo piegò indietro con forza. Il Krishna strillò. Freddy spinse di più e piegò il dito fino a romperlo. Il Krishna urlò, un suono stridulo e gorgogliante, e crollò in ginocchio. Freddy lasciò andare il dito penzolante e, mentre il Krishna si accasciava strillando, la parrucca cadde, scoprendo la testa rasata.
Due uomini, palesemente imparentati, che avevano assistito alla scena, cominciarono a ridere e applaudire. Una donna di mezza età con un poncho colombiano, come sentì un turista dire “Hare Krishna”, prese dalla borsetta una cicala anti-Krishna e cominciò ad azionare il rumoroso arnese sulla sua faccia stravolta. Il compagno del Krishna ferito, vestito uguale ma con la parrucca nera, lasciò la fila dell’Aéromexico che si stava lavorando, si avvicinò e se la prese con la donna che suonava la cicala. Il più vecchio dei due uomini che ridevano gli si avvicinò da dietro, gli strappò la parrucca e la lanciò sopra le teste della gente che era accorsa.
Freddy intanto pensò bene di dileguarsi: andò al bagno vicino al bar dell’ala d e si tolse il lecca-lecca dal risvolto. Controllò il buchetto nello specchio e lo lisciò. Un estraneo non l’avrebbe mai notato, concluse, ma l’imperfezione c’era, anche se non era grave come aveva immaginato. Fece cadere il lecca-lecca nella tasca della giacca, pisciò velocemente, si lavò le mani e uscì.
Una giovane donna dormiva profondamente su una fila di sedie di plastica rigida. Un bambino di due anni sedeva tranquillo vicino a lei, abbracciato a un panda di peluche. Sveglio e arzillo, con un filo di saliva che colava dalla bocca, il bambino appoggiava i piedi su una valigia con il logo di Cardin ripetuto sul tessuto azzurro. Freddy si fermò davanti al bambino, scartò il lecca-lecca, e glielo porse con un sorriso. Il bimbo rispose al sorriso, prese timidamente il lecca-lecca e se lo ficcò in bocca. Mentre il bambino succhiava, Freddy afferrò la valigia e si allontanò. Scese con l’ascensore verso la sopraelevata esterna e fece segno a un taxi giallo. L’autista cubano masticava poco l’inglese, sorrise e infine annuì quando Freddy disse semplicemente “Hotel, Miami”.
L’autista si accese una sigaretta con la mano destra e tenendo il volante con la sinistra piombò nel gran traffico, mancando d’un pelo una vecchia signora con la nipotina. Tagliò la strada a una Toyota, costringendo il guidatore a imballare il motore, e imboccò la Dolphin Expressway. Con questo sistema riuscì a portare Freddy in città, davanti all’International Hotel, in ventidue minuti. Il tassametro segnava otto dollari e trentasette. Freddy gli lasciò dieci dollari, allungò la valigia all’usciere e, sfoggiando la carta di credito di Gotlieb, si registrò alla reception come Herman T. Gotlieb, californiano di San José. Prese una suite da centotrentacinque dollari a notte e saldò il conto, poi seguì il grasso ispanico che gli faceva strada verso l’ascensore. Appena prima che l’ascensore giungesse al settimo piano, l’inserviente parlò: “Qualunque cosa le serva, signor Gotlieb, chieda pure a me”.
“Non mi viene in mente nulla, adesso come adesso.”
“Volevo dire…” l’inserviente si schiarì la voce.
“Ho capito cosa volevi dire, ma non mi serve una ragazza, adesso.”
La stanza da letto era piccola, ma il salottino era ben arredato con un comodo divano e una poltrona a righe bianche e blu, una scrivania con il ripiano di cristallo e una piccola zona bar con due sgabelli. Nel frigorifero dietro al bar c’erano vodka, gin, scotch, bourbon, un’ampia scelta di succhi e una bottiglietta di champagne. Il listino prezzi era appiccicato alla porta del frigo. Freddy diede un’occhiata alla lista e pensò che i prezzi erano assurdi. Lasciò due dollari all’inserviente.
“Grazie, signore. E se ha bisogno di me per qualunque motivo, chiami il centralino e chieda di Pablo.”
“Pablo. Ottimo. Dov’è la spiaggia, Pablo? Potrebbe venirmi voglia di una nuotata più tardi.”
“La spiaggia? Siamo sulla baia di Biscayne, signore, non sull’oceano. L’oceano è laggiù, a Miami Beach. Ma sul tetto abbiamo una bella piscina, e una sauna. E se gradisse un massaggio…”
“No, sono a posto. Credevo soltanto che Miami fosse sull’oceano.”
“No, signore. Quella è Miami Beach. Sono città distinte, signore, unite da sopraelevate. Ma non le sarebbe piaciuta, signore, non c’è altro che malavita a Miami Beach.”
“Vuoi dire che a Miami non ce n’è?”
“Non qui, non su Brickell Avenue, comunque, questo è il cuore dorato della città dorata.”
“Ho visto dei negozi da basso. Dici che posso comprarci delle valigie?”
“Gliene prendo io un paio, signore. Di che misura le vuole?”
“Non ti preoccupare. Più tardi farò un po’ di shopping.”
L’inserviente se ne andò, e Freddy aprì le tende. Vide l’imponente AmeriFirst Building, parte della baia, il ponte sul fiume Miami e i grattacieli su Flagler Street. Sulla via dell’albergo, Brickell Avenue, si affacciavano luccicanti palazzi di vetro. L’aria condizionata ronzava tranquillamente.
Aveva una settimana di tempo, prima che segnalassero i numeri delle carte di credito, ma non aveva intenzione di fermarsi all’International per più di un giorno. D’ora in avanti sarebbe andato sul sicuro, a meno che, ovvio, non gli fosse venuta una voglia speciale. Se gli fosse venuta qualche voglia speciale, allora era tutta un’altra faccenda. Stavolta ciò che voleva, prima di farsi prendere, era un po’ di divertimento, godersi le cose che aveva desiderato durante i suoi tre anni a San Quentin.
Per il momento, l’aspetto bianco e ordinato di Miami gli andava, ma scoprire che la città non era sull’oceano lo aveva spiazzato.
2.
La sala vip – altrimenti chiamata Golden Lounge dal colore delle tessere che le tre compagnie aeree che la gestivano davano ai passeggeri di prima classe – era percorsa da uno strano fermento. Il morto disteso sulla moquette blu non era l’unico a essere lì senza la Golden Card. Il sergente Hoke Moseley, dipartimento di polizia di Miami, squadra Omicidi, riempì di caffè a scrocco un bicchiere di polistirolo – il terzo –, prese e rimise su un vassoio di plastica grigia una ciambella glassata, poi aggiustò il caffè con dolcificante e latte.
Il sergente Bill Henderson, il corpulento compagno di Hoke, si accomodò su un regale divano blu e si immerse nella lettura della rubrica umoristica di John Keasler sul “Miami News”.
Due uomini della sicurezza, di mezza età, in giacchetta blu elettrico, si piazzarono sulla porta, sembravano pronti a prendere ordini dal primo venuto.
Un nero delle pr aeroportuali con camicia sportiva di seta marrone da un centinaio di dollari e braghe sportive di lino giallo, prendeva appunti su un’agendina di pelle con una penna d’oro. Infilò l’agendina nella tasca posteriore e attraversò la moquette blu per parlare con due uomini che dicevano di venire da Waycross, in Georgia, John e Irwin Peeples. Lo fulminarono con lo sguardo.
“Tranquilli,” disse l’uomo delle pr. “Come arriva il procuratore, il tempo di scambiare due parole con lui e sarete sul primo aereo in partenza per Atlanta. E un qualche aereo parte per Atlanta ogni mezz’ora.”
“Non vogliamo un qualche aereo,” disse John Peeples.
“Irwin e io voliamo solo Delta.”
“Nessun problema. Alla peggio, teniamo a terra una coppia e vi mettiamo su un volo Delta nel giro di un’ora.”
“Se fossi in te,” interloquì Bill Henderson togliendosi i pesanti occhiali da lettura, “non prometterei un bel nulla ai nostri amici.
Potremmo avere a che fare con un omicidio di secondo grado, qui. Per quanto ne so, tutta la faccenda potrebbe essere un complotto religioso per far fuori quel Krishna, con i nostri amici dentro fino al collo. Giusto, Hoke?”
“Ancora non so,” disse Hoke. “Vediamo cosa ci dicono il medico legale e il procuratore. Come minimo, signori Peeples, vi tocca una lunga attesa. Vorremo fare quattro chiacchiere con voi giù in città, ci saranno dichiarazioni da rilasciare. Come testimoni del”, indicò il corpo sul pavimento, “del decesso di questo Krishna, il procuratore potrebbe decidere di tenervi sotto custodia protettiva a Miami per diversi mesi.”
I fratelli si lasciarono sfuggire un gemito. Hoke strizzò l’occhio a Bill Henderson e sedette anche lui sul divano.
L’altro Hare Krishna, il compagno del morto, ricominciò a piangere. Qualcuno gli aveva ridato la sua parrucca e lui l’aveva ficcata in una tasca della giacchetta. Aveva almeno venticinque anni, ma sembrava parecchio più giovane a vederlo soffocare i gemiti e sfregarsi gli occhi con le dita. La sua testa appena rasata luccicava di sudore. Non aveva mai visto un cadavere, e lì c’era un suo “fratello”, una persona con la quale aveva pregato e diviso il riso integrale, morto stecchito, allungato sulla moquette blu della sala vip, sotto una coperta color crema dell’Aéromexico da cui spuntavano solo i calzini bianchi e le pianelle sfondate che portava ai piedi.
“Non sono molto pratica,” disse Violet Nygren presentandosi. “Sono entrata nell’ufficio del procuratore solo a giugno, subito dopo l’università. Ma sono ansiosa di imparare, sergente Moseley.”
Hoke fece una smorfia. “Benone. Questo è il mio compagno, il sergente Henderson. Ma se lei è un avvocato, signorina Nygren, dov’è la sua valigetta?”
“Ho un registratore nella borsetta,” disse, e sollevò la sua borsa a secchiello di cuoio.
“Scherzavo. Ho grande rispetto per le donne avvocato. La mia ex moglie ne aveva una, e negli ultimi dieci anni metà del mio stipendio se ne è andata in assegni di mantenimento.”
“Non ho mai seguito un omicidio finora,” disse lei. “Mi sono occupata soprattutto di scippi e rapine. Ma gliel’ho detto, sergente, sono qui per imparare.”
“Questo potrebbe non essere un omicidio. Ecco perché abbiamo voluto che mandassero qualcuno dall’ufficio del procuratore, insieme al dottor Evans. Speriamo non sia un omicidio. Ne abbiamo avuti abbastanza anche così, per quest’anno. Ma questo dovrete deciderlo lei e il dottor Evans.”
“Quanta cautela, Hoke,” disse il dottor Evans, “cos’è che non ti quadra?”
“I fatti sono questi. Il corpo sotto la coperta è di un Hare Krishna.” Hoke sbirciò nel suo blocchetto aperto. “Si chiama Martin Waggoner e, secondo l’altro Krishna qui, viene da Okeechobee. È arrivato a Miami nove o dieci mesi fa, è entrato nei Krishna, ed entrambi vivono nel nuovo ashram di Krome Avenue giù nelle Everglades orientali. Sono sei mesi che si lavorano l’aeroporto, è il loro territorio. Gli addetti alla sicurezza li conoscono, e un paio di volte li hanno avvertiti di non dar fastidio ai passeggeri. Il morto aveva più di duecento dollari nel portafogli, l’altro Krishna circa centocinquanta. È l’elemosina che hanno racimolato dalle sette del mattino.”
Hoke guardò l’orologio. “Manca un quarto all’una adesso, e il Krishna ha detto che normalmente tirano su circa cinquecento dollari al giorno, tra tutti e due.”
“Un bel gruzzolo.” Violet Nygren sollevò le sopracciglia bionde. “Non avrei mai detto che potessero raccogliere così tanto.”
“I tizi della sicurezza dicono che oltre a questa ci sono altre due squadre di Krishna che battono l’aeroporto. Non abbiamo ancora avvisato la comune, né chiamato i parenti del Krishna su a Okeechobee.”
“Non è che tu ci abbia detto molto,” commentò il dottor Evans.
“Il nostro problema sono i testimoni, dottore. Ce n’erano almeno trenta, tutti in coda all’Aéromexico, ma hanno preso il volo per Merida. Siamo riusciti ad acciuffare solo quei due ragazzi”, Hoke indicò i due georgiani, sulla quarantina abbondante, “ma solo perché il più brutto dei due, quello sulla destra, si era fregato la parrucca del Krishna. Gli impiegati della compagnia aerea al bancone hanno detto di non aver visto nulla. Erano troppo occupati, hanno detto, e al momento del check-in credo lo fossero davvero. Ho i loro nomi, dopo possiamo sentirli di nuovo.”
“Peccato,” disse Henderson, “che non abbiamo trovato la signora con la cicala anti-Krishna.”
“Cos’è una cicala anti-Krishna?” chiese Violet Nygren.
“Le vendono qui intorno nelle librerie e nei supermercati. È una cicala di metallo con la molla d’acciaio. La usi quando i Krishna cominciano a importunarti. Di solito il rumore li fa andare via. C’era un tipo che ce l’aveva con i Krishna, le regalava qui in giro, ma poi deve aver esaurito le cicale, i soldi, o la voglia, difficile dirlo. Comunque i due fratelli laggiù dicono che lei era la più vicina alla scena, e ha fatto suonare la cicala sulla faccia del Krishna finché quello non ha smesso di urlare.”
“Come è stato ucciso?” chiese il dottor Evans. “O volete che gli dia un’occhiata e sia io a dirvelo? Dovrei tornare all’obitorio.”
“Questo è il punto,” disse Hoke. “Non è stato veramente ucciso. Dava fastidio a un tipo in giacca di pelle. Il tipo gli ha piegato un dito all’indietro e gliel’ha spezzato. Poi si è allontanato ed è scomparso. Il Krishna è caduto in ginocchio, ha iniziato a urlare e, dopo cinque o dieci minuti, è morto. Gli uomini della sicurezza hanno portato qui il suo cadavere, e l’uomo delle pr ha chiamato la squadra Omicidi. Ecco tutto, il Krishna è morto per un dito rotto. Che ne pensa signorina Nygren? Si tratta di omicidio o no?”
“Non ho mai sentito di nessuno morto per un dito rotto,” rispose lei.
“Dev’essere morto a causa dello shock,” aggiunse il dottor Evans. “Te lo dirò con certezza non appena gli avrò dato un’occhiata. Quanti anni ha, Hoke?”
“Ventuno, stando alla patente.”
“Appunto,” disse il dottor Evans stringendo le labbra. “I giovani d’oggi non hanno la capacità di sopportare il dolore che avevamo noi una volta. Questo era probabilmente denutrito e in pessima forma. Il dolore è arrivato inatteso e semplicemente non è riuscito a reggerlo. Fa un male cane se ti piegano il dito all’indietro.”
“Non lo dica a me,” intervenne Violet Nygren. “Mio fratello me lo faceva sempre quando eravamo bambini.”
“E se lo pieghi fino in fondo,” disse il dottor Evans, “fino a romperlo, fa un male porco. Probabilmente è entrato in stato di shock. Nessuno gli ha portato un tè caldo o lo ha avvolto in una coperta, ed è finita così. Non ci vuole molto tempo per morire di shock.”
“Cinque o sei minuti, secondo i fratelli Peeples.”
“È un po’ poco,” il dottor Evans scosse la testa. “Lo shock di norma impiega quindici o venti minuti. Ma non voglio azzardare conclusioni. Per quel che ne so, senza averlo esaminato, potrebbe avere un proiettile piantato in corpo.”
“Non credo,” disse Bill Henderson. “Ho visto solo il dito rotto, rotto di netto, penzolante.”
“Se fosse stato un incidente,” disse Violet Nygren, “si tratterebbe di una semplice aggressione. D’altro canto, se l’uomo con la giacca di pelle avesse voluto ucciderlo in quel modo, sapendo che nella storia dei Krishna c’erano già stati precedenti di persone morte per lo shock, allora potrebbe trattarsi di omicidio di primo grado.”
“Mi sembra una forzatura,” intervenne Hoke. “Penso che dovrà accontentarsi di lesioni personali.”
“Non ne sarei tanto sicura,” continuò lei. “Se spari a un uomo e questo muore in un secondo tempo per le complicazioni causate dal proiettile, l’accusa si trasforma in omicidio di primo o di secondo grado, anche se al momento dello sparo era solo ferito lievemente. Dovrò effettuare altre ricerche sul caso, ecco tutto. Comunque non c’è nulla da fare finché non beccate l’uomo con la giacca di pelle.”
“È tutto quello che abbiamo in mano,” disse Hoke. “Una giacca di pelle. Non sappiamo nemmeno il colore della giacca. Un tipo dice di aver sentito che fosse beige; un altro dice di aver sentito grigia. A meno che l’uomo non si consegni spontaneamente, non abbiamo una possibilità al mondo di trovarlo. A quest’ora potrebbe già essere su un aereo per l’Inghilterra, o chissà dove.” Hoke prese una Kool dal pacchetto mezzo accartocciato, l’accese, fece un tiro e la schiacciò in un posacenere a colonna. “Il corpo è tutto tuo, dottore. Gli abbiamo già svuotato le tasche.”
Violet Nygren aprì la borsetta e spense il registratore.
“Dovrei parlare a mia mamma di questo caso,” aggiunse.
“Quando mio fratello mi piegava le dita all’indietro, lei non lo ha mai rimproverato.” Rise nervosamente. “Ora potrò spiegarle che stava cercando di farmi fuori.”